Passata la sbornia di un mese e mezzo di rugby, ecco dieci motivi per cui questa edizione del Sei Nazioni resterà impressa nei libri di storia.
1) Tutti contro tutti
Abbiamo visto 15 partite divertenti, piene di mete, giocate spettacolari e qualche svarione difensivo. È stato un Sei Nazioni promosso sotto ogni aspetto: ha tenuto il pubblico incollato alla TV e si è scrollato di dosso l’etichetta di torneo prevedibile. La Francia ha vinto per il secondo anno consecutivo, ma non è stata dominante per tutti e cinque i turni: nelle ultime due gare ha incassato 96 punti e ha dovuto affidarsi al sangue freddo di Thomas Ramos per piegare l’Inghilterra a tempo scaduto. Ogni giornata ha regalato un ribaltone: Italia e Galles, spesso indicati come vittime sacrificali, hanno trovato vittorie inattese e hanno perso contro squadre più forti senza crollare. Il campo ha semplicemente confermato la tendenza del rugby moderno: non esistono più squadre imbattibili e non esistono più campi inviolabili. Le big restano big, ma non possono più puntare a cammini immacolati.
2) La rivincita del proletariato ovale
I media costruiscono personaggi, incoronano giocatori, processano allenatori e raccontano storie che dopo una settimana non sono più attuali. I riflettori restano puntati su Dupont, Pollock, Russell, ed è facile capire perché. Ma la cosa più interessante è che alcune delle stelle più luminose sono state quelle dei giocatori che ti aspetti meno: uomini di fatica, sostanza e continuità.
Stuart McCloskey ha riscritto le gerarchie irlandesi nel ruolo: un primo centro devastante fisicamente, con mani delicate e una presenza totale. In Scozia, dove per anni il terminale offensivo era Van der Merwe, è emersa la corsa zig-zag di Kyle Steyn. In un Galles in cui tanti aspettavano Rees-Zammit, è esploso il work rate ossessivo di Alex Mann (33 placcaggi in una sola partita). L’Inghilterra sognava una linea arretrata esplosiva, ma per bucare le difese ha finito per affidarsi spesso a un colosso come Ollie Chessum, probabilmente l’avanti più efficace del XV della Rosa. Il miglior pilone destro d’Europa ha un nome e cognome, è Simone Ferrari: leader silenzioso e pedina irrinunciabile per l’Italia di Quesada.
74th minute, game won and Stuart McCloskey is still chasing back. Working until the final whistle💪.#ENGvIREpic.twitter.com/m5QHssLDEB
— EK Rugby Analysis (@ek_rugby) February 21, 2026
3) Record infranti
Va in archivio il record assoluto di mete totali (111), l’Inghilterra è stata sconfitta quattro volte per la prima volta, la Francia è stata capace di segnare 40 punti nella sconfitta di Murrayfield (record durato una settimana prima dei 46 inglesi a Parigi). L’Italia ha battuto l’Inghilterra per la prima volta in 33 confronti e il Galles, vincendo a Cardiff, ha interrotto una serie di 15 sconfitte consecutive nel Sei Nazioni.
La Francia ha eguagliato il proprio record di mete segnate in un’edizione (30, come nel 2025). Ramos è diventato il primo giocatore a chiudere da miglior marcatore per quattro edizioni consecutive (74 punti), superando il precedente primato di Ronan O’Gara (2005-2007).
Louis Bielle-Biarrey ha segnato in ogni partita per il secondo anno di fila: le quattro mete contro l’Inghilterra lo portano a 29 marcature in 27 presenze con la Francia. Le sue nove mete in questa edizione sono record assoluto: ha già eguagliato i numeri storici di Rory Underwood e Gareth Edwards e gli mancano solo otto mete per il primato di sempre. Il ragazzo, beato lui, ha solo 22 anni.
29 – A total of 29 tries were scored across today’s Men’s @SixNationsRugby fixtures, the most on a single day in the Championship’s history, overtaking 2015’s #SuperSaturday (27). Quantity. pic.twitter.com/PzVpupuxyw
— OptaJonny (@OptaJonny) March 14, 2026
4) Momenti epici e fenomeni parastatali
A torneo in corso è arrivata la notizia del trofeo bruciato danneggiato irreparabilmente in un incidente stradale in Irlanda e destinato a essere fuso per diventare la base di una nuova coppa. È solo una delle stranezze di un mese e mezzo surreale.
In tanti si saranno chiesti cosa abbia detto Fin Baxter a Kate Middleton in tribuna a Twickenham o cosa stesse pensando Gregor Townsend mentre sorseggiava una bevanda calda durante la Calcutta Cup, solo una settimana dopo le polemiche che lo volevano licenziato. Visto che parliamo di gentleman, tra loro non rientra Fabien Galthié che non ha brillato accusando la Scozia di aver riservato alla Francia uno spogliatoio troppo piccolo.
Catherine, Princess of Wales, has the honour of sitting next to Fin Baxter for England versus Ireland!#GuinnessM6N #Since1883 pic.twitter.com/bawdFEi97g
— Guinness Men’s Six Nations (@SixNationsRugby) February 21, 2026
La meta di Rhys Carré, 139 kg di leggiadria, è la rivincita dei piloni, troppo spesso ingiustamente etichettati come statici. E poi Thibaud Flament, che ha saltato una partita perché lui e sua moglie stavano affrontando un trattamento per la fertilità, un fatto inconsueto ma ammirevole, che ricorda come il rugby sia un gioco subordinato a cose più importanti. Dulcis in fundo: chi ha avuto l’idea di far giocare Le Crunch con due divise di tonalità quasi identiche?
Just Gregor Townsend taking a big gulp of English tears 😏🏴#SSRugby | #GuinnessM6N pic.twitter.com/UPZFbWe3ez
— SuperSport Rugby (@SSRugby) February 14, 2026
5) Un solo drop
Il grande assente del 2026 è stato il calcio di rimbalzo. È vero: da anni è una pratica meno frequente, ma chi non vorrebbe vederlo tornare di moda? La presenza ridotta di uno specialista come George Ford non ha aiutato. A tirare fuori il coniglio dal cilindro ci ha pensato Dan Edwards, apertura gallese talentuosa, dalle movenze brillanti e il piede educato. Il drop contro l’Italia merita una menzione speciale.
One of the most glorious sights in rugby 😍
Dan Edwards has been exceptional for Walespic.twitter.com/nUY0njQexu
— Will Hooley (@will_hooley) March 14, 2026
6) I giustizieri dell’Inghilterra: Huw Jones e Ben White
Il Sei Nazioni è pieno di trofei “laterali” (Trofeo Garibaldi, Millenium Trophy, Cuttitta Cup, ecc.), ma quello che continua a solleticare l’attenzione di mezzo mondo è la Calcutta Cup. Da qualche anno è diventata la partita feticcio per gli scozzesi e un giorno da incubo per gli inglesi. Due giocatori, più di altri, quando vedono la maglia bianca entrano in modalità Nirvana: Huw Jones e Ben White.
Jones ha giocato otto Calcutta Cup, accumulando cinque vittorie, tre sconfitte e otto mete. Praticamente, quando c’è lui, a Downing Street suonano le campane a morto. Dentro a questa storia c’è anche Ben White, inglese di nascita, che ha esordito con la Scozia nel 2022 segnando subito all’Inghilterra ripetendosi nel 2023, 2025 e 2026.
Huw Jones, the Scotland and Glasgow centre, talking us through his favourite scores against their bitter rivals to the north, England! 😤
Huw Jones – 6 tries against England in 7 Six Nations games 🔥#GuinnessM6N #Since1883 pic.twitter.com/GCpbC6slaX
— Guinness Men’s Six Nations (@SixNationsRugby) February 13, 2026
7) Calci, elusività, utility forward, sangue freddo
Stabilire un tema tecnico dominante non è facile, vista la varietà di piani di gioco che hanno portato alle vittorie. L’unica ad essere rimasta rigida nei propri dogmi, (quasi un paradosso per quello che poi si è visto all’ultima giornata), è stata l’Inghilterra: ed è finita quinta nonostante i favori del pronostico.
Ha colpito l’uso del gioco al piede, ormai centrale nel rugby di alto livello ma non sempre eseguito alla perfezione. La Francia, nei ruoli chiave, ha uomini capaci di eccellere per precisione, potenza e qualità nei contrasti aerei, un mix esplosivo se a questo si aggiunge l’atletismo di due fuoriclasse come Bielle-Biarrey e Attisogbé. I Bleus hanno anche sfruttato molto gli hybrid players (Ollivon, Jegou, Guillard), in linea con la tendenza sudafricana che vuole profili sempre più pronti a giocare fuori ruolo. Al netto di tutto i francesi restano il colletivo più funambolico del lotto, lo dicono i numeri: la Francia ha effettuato 80 off-load, 38 in più di qualsiasi altra squadra, mantenendo un flusso costante del proprio attacco. Questo ha permesso loro di realizzare ben 58 break, il numero più alto del torneo, 22 in più di qualsiasi altra squadra.
Allargando il compasso, Eddie Jones, forse, non ha tutti i torti nel dire che la mischia ordinata non ha avuto un peso decisivo, mentre, ça va sans dire, conta tantissimo la lucidità fisica e mentale. Gli errori ingenui di Van Poortvliet e Pollock in Francia-Inghilterra, o i minuti concitati di Dublino per l’Italia, lo dimostrano. In questo zibaldone di emozioni ha vinto chi è stato chirurgico nei momenti cruciali: dal bonus a Edimburgo al calcio di Ramos per il 48-46 su cui è caduta l’Inghilterra, la Francia ha dimostrato di avere un grande feeling con il famoso corto muso.
La seconda meta azzurra in Italia-Scozia è, parere personale, la migliore del Sei Nazioni per come combina lo schema programmato dallo staff tecnico con l’esecuzione del calcio/ricezione di Fusco/Lynagh che si sviluppa meravigliosamente grazie alle peculiarità tecniche di Lamaro e atletiche di Menoncello.
8) Francia senza i big, Irlanda a trazione Ulster
Galthié ha escluso Penaud, miglior marcatore di sempre della Francia, e anche Alldritt e Fickou, due vicecapitani che avevano guidato i Bleus nell’assenza di Dupont. Una scelta audace, vinta dall’occhialuto coach originario di Cahors. L’assenza di Penaud e Fickou ha inciso poco; più sensibile quella di Alldritt, perché un vero numero 8 puro un po’ è mancato nell’economia del gioco.
Sul fronte irlandese, fa un certo effetto vedere una squadra non più dipendente dal solo blocco Leinster. Dopo il ko in Francia all’esordio, l’Irlanda è arrivata a un soffio dal titolo con un blocco Ulster sugli scudi: Baloucoune brillante, McCloskey potenziale man of the tournamente, O’Toole eccezionale con la Scozia, Timoney incisivo dalla panchina e Stockdale tornato protagonista dopo anni complessi.
Quarterback McCloskey to Robert Baloucoune 🤩🏈#GuinnessM6N #Since1883 pic.twitter.com/r7sbXbnAFM
— Guinness Men’s Six Nations (@SixNationsRugby) February 14, 2026
9) Menoncellomania
Sono di parte se dico che Tommaso Menoncello è stato il miglior giocatore del Sei Nazioni 2026? Corro il rischio: Menoncello è l’MVP. I numeri raccontano già la sua capacità di avanzare a contatto; colpisce anche la pulizia con cui rompe le linee di difesa e la consistenza quando la partita si fa dura. Per l’Italia è imprescindibile, perché Quesada, pur con una squadra in netta crescita e generosa, ha sofferto la mancanza di giocatori capaci di creare pericoli costanti: Capuozzo a mezzo servizio, Negri fuori a lungo, Vintcent recuperato tardi. In questo quadro, Menoncello si è caricato la squadra sulle spalle, ottenendo anche meritati riconoscimenti personali. A Tolosa, comprensibilmente, si sfregano le mani.
La vision du jeu de Menoncello est de plus en plus phénoménale… Quelle ligne de course encore une fois ! pic.twitter.com/wUycibDImd
— Gauthier Baudin (@GauthierBaudin) March 7, 2026
10) Lunga vita al Sei Nazioni
Il rugby ci regala spesso notizie sconfortanti: doping, infortuni, club in difficoltà, tornei che nascono e muoiono in un attimo. Le piaghe esistono e non si risolvono facilmente, ma un evento che tiene tutti col fiato sospeso merita di essere celebrato. Il Super Saturday che ha chiuso il Sei Nazioni 2026 è stata la prova definitiva: il rugby internazionale giocato al massimo è uno degli spettacoli più avvincenti del pianeta.
