Il Valorugby spezza il duopolio: scudetto storico e nuove domande per la Serie A Elite

Erano 26 anni che una squadra proveniente da una regione diversa da Lombardia e Veneto non vinceva lo scudetto. Nel 2000, l’anno del Giubileo, fu la Rugby Roma a festeggiare davanti al pubblico del Flaminio, equamente diviso tra appassionati romani e aquilani. Un successo carico di significati, proprio come lo è quello del Valorugby, migliore squadra della stagione 2025/26, capace di riportare il tricolore in un’area geografica di grande tradizione come l’Emilia, che però non lo conquistava dal 1957, quando a vincere fu la Rugby Parma.

In modo forse sorprendente, il pronostico della vigilia sembrava sottovalutare la consistenza dei reggiani. Il fatto che si giocasse a Padova, contro un Petrarca lanciato dalle due vittorie nei derby con Rovigo, finiva per dare maggiore credito agli uomini di Jimenez. Invece i Diavoli hanno fatto davvero i “cattivi”, senza lasciarsi schiacciare dal peso psicologico di una sfida giocata in uno stadio prevalentemente di parte patavina.

La finale è stata vinta soprattutto nella gestione dei momenti cruciali. In quei passaggi il Valorugby ha avuto la lucidità necessaria per colpire, ma si è fatto preferire anche per una difesa ermetica e per l’impatto degli uomini entrati dalla panchina. La prima linea reggiana del secondo tempo ha soffocato i fortissimi Barbatti e Minervino, che nelle semifinali avevano cambiato il volto della partita per il Petrarca. Più in generale, sul piano fisico il Valorugby è sembrato semplicemente più tonico, lo si è visto nella capacità di gestire il vantaggio e di assorbire le sfuriate di un Petrarca che cercava di rientrare in partita.

La nota positiva è che i nuovi campioni d’Italia non sono una squadra fatta solo di maul e up-and-under. Le fasi statiche restano solidissime, e il lavoro di Luigi Ferraro si vede chiaramente: in mischia ordinata, in touche e più in generale nel gioco raggruppato il Valorugby è una squadra decisamente abrasiva. Però arrivano anche mete nate dalla lettura delle situazioni, come quella di Resino, in cui Brisighella e Colombo mandano in crisi la difesa, oppure quella di Leituala, costruita da Hugo leggendo bene un mismatch.

Un nuovo ciclo all’orizzonte?

Non è un mistero che a Reggio le cose funzionino bene anche perché c’è un presidente come Enrico Grassi, disposto a investire molto nel rugby. La società appare organizzata, ambiziosa e orientata al futuro. Ma i soldi, da soli, non garantiscono nulla, anzi, partire favoriti spesso rende più facile inciampare che vincere.

Far girare al massimo la macchina Valorugby non era un compito banale, e lo staff tecnico ci è riuscito in pieno, centrando la vittoria della regular season, della Coppa Italia e infine dello scudetto.

Marcello Violi ha dato un’identità chiara a una squadra che era già competitiva, ma che negli ultimi anni dava spesso l’impressione di mettere in campo 23 buoni giocatori senza una vera idea collettiva. L’ex mediano di mischia di Zebre e nazionale ha appena 32 anni, ma non sembra mancare di autorevolezza. La conoscenza del rugby di alto livello non gli difetta e, risultati alla mano, sembra avere anche qualità importanti nella gestione del gruppo.

Adesso arriva forse la sfida più intrigante: portare la squadra a un livello ancora superiore e spezzare davvero il duopolio Padova-Rovigo, che durava ormai da molti anni, più o meno da quando il Calvisano è uscito di scena per le note difficoltà economiche.

Qualche riflessione sulla Serie A Elite 2025/26

Come hanno detto in molti, tra addetti ai lavori e tifosi, ha vinto la squadra più forte. Lo ha fatto in una cornice di ottimo livello, costruita bene dalla Lega, che insieme ai club coinvolti è riuscita a riempire uno stadio comunque grande per gli standard del rugby italiano.

L’immagine che resta (tribune piene, diretta su Rai 2, tifosi partecipi) è bella. Va anche detto, però, che negli anni la risposta del pubblico alla finale non è quasi mai mancata. I tifosi del Valorugby non sono noti per portare allo stadio i numeri di club che rispondono a piazze caldissime come Rovigo, ma è anche vero che uno scudetto così può rafforzare in modo importante la comunità reggiana, negli ultimi anni un po’ troppo tiepida rispetto ai risultati ottenuti dalla squadra.

Allargando il ragionamento, resta il nodo di quanti spettatori affollano le tribune dei vari campi nel corso della stagione, quando il freddo del nord Italia e le partite non di cartello spingono a rimanere più comodamente sul divano invece che andare allo stadio con sciarpetta e bandiera. Il lavoro della LIR in ogni caso è promettente, la copertura mediatica sulle piattaforme digitali migliora di anno in anno e avere un match alla settimana in diretta su Rai Sport male non fa.

Sul piano tecnico, il campionato non ha regalato sorprese clamorose. Non serve entrare nel solito dibattito tra chi vuole esaltare o demolire la Serie A Elite: resta semplicemente la massima divisione italiana e come tale va valutata nei suoi pregi e nei suoi limiti. Alcune partite ruotano ancora intorno ad un rugby piuttosto conservativo; altre, invece, risultano più godibili perché propongono soluzioni offensive interessanti, figlie di un’attitudine che negli anni è diventata più propositiva. È evidente, comunque, che i miracoli non si possano fare: la Serie A Elite non rappresenta il vero vertice del rugby italiano, perché i talenti migliori non appena ne hanno l’opportunità prendono la strada delle franchigie o in generale di un professionismo più remunerativo.

Il ricambio al vertice? Valorugby apre una strada necessaria

La nota meno incoraggiante è che le squadre da playoff sono più o meno sempre le stesse. Questo dimostra che, durante la regular season, le big possono permettersi anche qualche inciampo, perché poi a maggio inizia un altro campionato. D’altronde la classifica riflette abbastanza fedelmente le possibilità economiche dei club, che spesso iniziano la stagione sapendo già quale potrà essere la loro fascia di rendimento. Forse fanno eccezione le Fiamme Oro, che avrebbero qualità per puntare almeno alle semifinali, ma ogni anno sembrano restare intrappolate in una terra di mezzo.

Una bella sorpresa è stata il Biella, ultimo in classifica ma autore di un campionato tutt’altro che da squadra materasso. I piemontesi hanno espresso un buon rugby offensivo e si sono tolti la soddisfazione di creare problemi anche a squadre più quotate. La formazione biellese è stata guidata con bravura da Alberto Benettin, un altro allenatore giovane e italiano, come del resto buona parte dei tecnici del campionato, un segnale che ricorda come non sempre i guru arrivati dall’estero (di cui molti club hanno fatto man bassa nel passato) siano la soluzione.

Le statistiche individuali sono quell’area del torneo dove i numeri restano meno incoraggianti, perché sostanzialmente monopolizzate da giocatori stranieri. Non si tratta di un pregiudizio verso atleti intraprendenti che inevitabilmente alzano il livello, ma del fatto che la Serie A Elite fatica ancora a essere un vero campionato “domestico”, almeno per come questa idea viene interpretata dalle altre federazioni del Sei Nazioni.

Basta guardare a un ruolo in cui la profondità azzurra non abbonda, come quello del mediano di apertura e piazzatore. Tra i primi cinque marcatori del campionato, quattro sono stranieri e l’unico italiano è Carlo Canna, che però non rientra più nei piani di Quesada. Per fare un paragone sicuramente azzardato, in un campionato pieno di stelle internazionali come il Top 14, tra i primi cinque ci sono tre francesi e due stranieri; allargando lo sguardo alla graduatoria 10 dei migliori marcatori, ben sette sono giocatori francesi e convocabili da Galthié.

In finale scudetto erano in campo 22 giocatori su 46 non di formazione italiana. Certo, molti di loro hanno il passaporto italiano e sono “azzurrabili”, ma resta il fatto che gran parte delle società continua ad affidarsi soprattutto a giocatori formati all’estero per provare a vincere. È un meccanismo assolutamente comprensibile, che esiste da decenni, ma che prima o poi dovrà essere ripensato, se si vuole davvero che la Serie A Elite diventi un incubatore di talento per la nazionale, che resta il livello più alto del movimento.